La città dei desideri

Un libraio (Federico Zappini), due architetti (Alberto Winterle e Luigi Scolari), una ricercatrice in scienze giuridiche (Martina Trettel) ed un giornalista (Marco Pontoni). Questo il parterre del prossimo appuntamento, il terzo in ordine di tempo, della rassegna Commons in the City, il 15 ottobre a partire dalle ore 18:30 presso lo spazio La Rotonda, in via Alessandria 47/B

Agli amici di Trento (ed in particolare a Federico Zappini) la nostra rassegna deve molto. In primis perché tante e variegate sono state le suggestioni rispetto alle possibili alleanze ed un po’ perché il tema della volontà (della passione nello scegliere e fare) – già dal titolo centrale ne “La Trento che vorrei, Parole e pratiche per una città“, il volume da cui l’iniziativa prende piede – ci preme molto, tanto da essere diventato uno dei fil rouge del percorso Public Space Innovation nella sua interezza, espresso nello slogan “Dalla città delle paure alla città dei desideri”.

Ed è proprio partendo dalle impressioni provenienti da Trento, dunque, che vogliamo rilanciare un percorso giunto quasi al termine, ma che per OfficineVispa rappresenta un punto di partenza, più che d’approdo. Saranno nostri anfitrioni i curatori ed autori Zappini, Winterle e Pontoni, che insieme al giornalista Massimiliano Boschi, alla ricercatrice Martina Trettel dell’Istituto di Studi federali comparati di Eurac Research ed all’architetto Luigi Scolari proveranno a tracciare un solco rispetto a quella che ci piacerebbe diventasse un’abitudine per Bolzano, quella di confrontarsi sulla tematica della città in trasformazione.

«Periodicamente una città ha la necessità di guardarsi, ascoltarsi e riflettere su se stessa. Questo insieme di narrazioni è un contributo polifonico, composto da un gruppo eterogeneo di autori, che propone ricordi, descrizioni e interpretazioni attraverso l’uso di diverse forme discorsive. Una molteplicità di testi e di parole che possono suscitare immagini e sollecitare reazioni. Ipotesi capaci di definire nuovi scenari, esplorando forme diverse di fare politica, per costruire la Trento di domani»

Pensiamo questo dialogo a più voci necessario, in vista delle grandi trasformazioni che investono già la città ed il suo tessuto. Vorremmo utilizzare il concetto di “diritto alla città“, quanto mai attuale per descrivere quanto si muove dentro ed intorno le nostre città. Ci sembra, da questo punto di vista, puntuale il contributo di Giacomo Sartori al volume edito da Helvetia editrice, attento com’è ad unire la dimesione dell’invocazione e della protesta a quello della proposta. Vi leggiamo diverse analogie fra le due principali città della regione, strette dalla tendenza alla turistificazione dello spazio pubblico e da una pianificazione urbanistica (e sociale) di stampo neoliberale, secondo obiettivi di messa a reddito dei (pochi) spazi pubblici ancora senza destinazione d’uso immobialire e speculativa e, come un contraltare, di sostanziale espulsione e marginalizzazione di chi quegli spazi li vive in maniera poco o per nulla consona ad una perniciosa idea di decoro.

“La Trento che vorrei” alla libreria due punti

Nel definire il movimento che ci ha portato ad ideare il progetto PSI (e la rassegna al suo interno) siamo partiti dai bisogni, desideri e rivendicazioni proprie di chi, gli spazi urbani in cui operiamo, li abita, vive e transita quotidianamente. La “città dei desideri” dunque, contro ed in antitesi a quella delle paure, rappresenta dalla prospetiva del lavoro territoriale che svolgiamo nel quartiere don Bosco, in particolare con i giovani, una chiave di lettura utile per carpire il forte rischio, in senso paternalista, che molti interventi territoriali corrono nel loro dispiegarsi sul tessuto cittadino. La partecipazione, anche delle fasce adulte di cittadinanza, non può che essere, in un frame così strutturato, un simulacro di attività sociale, totalmente (o quasi) svuotato del suo significato, ultimo e performativo, di attivazione dal basso di energie e risorse per il benessere dei territori e delle persone che lo occupano. Ciò nasconde, d’altra parte, la progressiva passività a cui i cittadini sono relegati (attraverso il ruolo di clienti/audience/fruitori di servizi, eventi ecc.) ed la certezza concreta che la vita pubblica si riduca ad una vetrina da mostrare/ammirare e che qualsiasi deviazione da questa regola venga percepita come una devianza, un problema da trattare, una ferita da medicalizzare.

A pagare lo scotto di ciò saranno sempre più le fasce deboli della popolazione (ed i giovani fra loro), che vedranno progressivamente erodersi sotto il naso le (scarse) certezze acquisite in termini di politiche del lavoro, dell’abitare, dell’utilizzo dello spazio pubblico. La messa in discussione del modello urbanistico neoliberista, a partire dalle critiche mosse dai movimenti sociali negli ultimi anni, deve a nostro modo di vedere rivendicare il rilancio di un’idea progressiva di cittadinanza, accesso alle risorse (materiali ed immateriali) e giustizia sociale, con tutto quello che ciò comporta. Bolzano, come molte altre realtà, sta negli ultimi anni almeno esprimendo lo scivolamento verso una costante mercificazione del paesaggio urbano, a scapito della socialità ed il ruolo dei privati (e del privato sociale) rispetto alla gestione degli affari pubblici si sta via via risolvendo a beneficio di dispositivi di cattura del consenso in termini elettorali.

Ma esempi di riappropriazione comunitaria, come ha scritto Paolo Cacciari sul nostro blog, (r)esistono e si moltiplicano. Ci sembra che i curatori ed autori del volume su Trento ambiscano a far parte di queste esperienze, accendendo una scintilla – per parafrasare il titolo del contributo di Zappini al testo – in grado di creare discussione, ed uscire dal buio.

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